Made in Italy: la storia di Eni azienda italiana dal 1953

Made in Italy: la storia di Eni azienda italiana dal 1953

12 novembre 2018 0 Di IlVittogram

Oggi vogliamo parlare di una multinazionale nata nel 1953, Eni che tutti ancora tutti conosciamo come fornitore di gas e luce ma anche di carburanti per le nostre auto.

Gli storici dell’economia tendono a mettere in evidenza nella nascita dell’ENI una diversa concezione dell’intervento pubblico rispetto a quella che fu alla base della nascita dell’IRI: se nel caso dell’IRI lo Stato si limitò a intervenire in emergenza per “salvare” le aziende private, in quello dell’ENI lo Stato svolse un ruolo “strategico” e in parte di concorrenza agli interessi dell’industria privata.[14]

Le origini
L’ENI fu istituito con legge numero 136 del 10 febbraio 1953, ma l’intervento dello Stato italiano nel settore degli idrocarburi risaliva a prima della Seconda guerra mondiale: l’AGIP era nata nel 1926, l’Anic nel 1936 e la SNAM nel 1941. L’orientamento dei governi dell’immediato dopoguerra era però quello di chiudere e liquidare l’AGIP, a causa degli scarsi ritrovamenti seguiti alle ricerche. Invece proprio a partire dal 1945 vi furono i primi promettenti ritrovamenti di metano in alcuni pozzi scavati dall’AGIP in Pianura Padana. L’appoggio politico di Alcide De Gasperi e di Ezio Vanoni fu determinante nel favorire l’approvazione della legge istitutiva dell’ENI[15] che fu comunque preceduta da un lungo dibattito parlamentare.

Pozzo petrolifero, Ragusa 1956.
La legge concedeva all’ente il monopolio nella ricerca e produzione di idrocarburi nell’area della Pianura Padana; al nuovo ente fu attribuito il controllo di Agip, Anic e Snam e di altre società minori, configurandosi così come un gruppo petrolifero-energetico integrato che potesse garantire lo sfruttamento delle risorse energetiche italiane. L’ENI aveva il compito di “promuovere ed intraprendere iniziative di interesse nazionale nei settori degli idrocarburi e del gas naturale”. La “rendita metanifera” garantita dal monopolio del gas permise all’ENI di finanziare i propri investimenti, anche molto ingenti.

Enrico Mattei fu contemporaneamente presidente dell’ENI e delle principali società controllate. I primi anni di vita dell’ENI furono contraddistinti da grande attivismo a tutti i livelli del ciclo degli idrocarburi.

Le attività in Italia
Nonostante l’ENI fosse nato per sfruttare le risorse petrolifere della Pianura Padana, i ritrovamenti petroliferi sul suolo italiano (Cortemaggiore, Gela) non si rivelarono particolarmente abbondanti. Nonostante ciò, gli anni cinquanta furono anni di grande sviluppo per:

la rete di gasdotti, che permise lo sfruttamento del metano sia per uso residenziale sia per uso industriale;
la rete di distributori di benzina, che seguì lo sviluppo della rete autostradale e fu coadiuvata dalle aree di servizio e dai “motel Agip”;
l’immagine dell’Agip, grazie alle campagne pubblicitarie incentrate sul logo del “Cane a sei zampe”, introdotto già nel 1952;
la chimica, con la costruzione del polo petrolchimico di Ravenna, che andò a intaccare il monopolio della Montecatini nei fertilizzanti.
I rapporti con i “privati”
L’ENI nacque nonostante l’iniziale opposizione degli industriali privati[16], in particolare dei gruppi Montecatini ed Edison e delle compagnie petrolifere estere operanti in Italia. Quella dell’ENI era considerata concorrenza sleale, perché le sue attività di ricerca erano finanziate dallo Stato; in realtà, l’Agip già collaborava con le compagnie private in alcune società di raffinazione. La stampa legata alla Confindustria (in particolare 24 Ore) tendeva a ridimensionare la portata dei ritrovamenti petroliferi dell’Agip e a sottolinearne l’impreparazione dei tecnici. Per controbilanciare gli attacchi che l’ENI riceveva sulla stampa, l’ENI contribuì alla nascita del quotidiano Il Giorno. Politicamente importante fu anche l’Ufficio Studi e Relazioni pubbliche, affidato a Giorgio Fuà e Giorgio Ruffolo, che effettuava ricerche e previsioni sull’evoluzione del mercato dell’energia.

I salvataggi: Pignone, Lanerossi e Sir
Nato per operare in un settore ben specifico (ricerca, estrazione e lavorazione degli idrocarburi), già dal 1953 l’ENI allargò il suo campo di attività al settore metalmeccanico, acquisendo il Nuovo Pignone di Firenze: si racconta che la richiesta di intervenire per salvare l’azienda sia arrivata a Mattei direttamente dall’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira, per scongiurare gli oltre mille licenziamenti annunciati dalla proprietà. L’azienda produceva compressori e altri macchinari industriali, e si sarebbe rivelata poi strategicamente importante per l’ENI per la costruzione di pompe di benzina. Nel 1962 l’ENI acquisì l’azienda tessile Lanerossi, anch’essa in condizioni economiche precarie. Nel 1982 assorbì le aziende SIR, Rumianca ed Euteco del gruppo Rovelli.

L’attività all’estero
I crescenti consumi petroliferi dell’Italia costrinsero l’ENI a rivolgersi all’estero per garantire al paese gli approvvigionamenti. Il fatto di arrivare per ultimo nei paesi esportatori del Medio Oriente portò l’ENI a concludere contratti molto favorevoli per i produttori, fatto che da una parte fruttò all’ente l’immagine di “amico” dei Paesi in via di sviluppo e dall’altra invece suscitò la contrarietà da parte del cartello internazionale delle Sette sorelle (vedi la voce Enrico Mattei, “Il governo ombra” di Mattei). In effetti fin dai suoi primi anni l’ENI puntò con decisione sull’Africa, dove, oltre a concludere accordi per le ricerche, realizzò raffinerie e reti distributive. Furono strategicamente importanti per l’ENI le competenze ingegneristiche delle sue controllate Snamprogetti e Saipem: la progettazione e realizzazione di oleodotti e raffinerie furono spesso inserite come contropartita negli accordi per la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti petroliferi.

Gli anni sessanta

Palazzo ENI, Roma, costruito dal 1959 al 1962.[17] Foto di Paolo Monti, 1967.
Nel 1962, Enrico Mattei morì in un misterioso attentato che fu inizialmente ritenuto essere solo un semplice incidente aereo nei pressi di Bascapè. La sua morte è collegata alla protezione di importanti interessi politici, economici e mafiosi, italiani ma anche stranieri, come appurato solo nel 2012 durante le indagini su un altro omicidio, quello di Mauro De Mauro, un giornalista intenzionato a rivelare i segreti dietro l’attentato.[18]

In seguito alla misteriosa uccisione di Mattei, la presidenza dell’ente fu affidata al suo stretto collaboratore Marcello Boldrini, che però esercitava prevalentemente funzioni di rappresentanza; di fatto, Eugenio Cefis era il dirigente con la maggior autorità. Dopo gli anni del frenetico sviluppo impresso da Mattei, l’ENI cercò di:

riequilibrare la propria situazione finanziaria: infatti lo sviluppo dell’ente aveva generato forti fabbisogni finanziari che erano stati coperti principalmente da debiti, essendo del tutto insufficiente il patrimonio, cioè il “fondo di dotazione” erogato dallo Stato, che fu effettivamente incrementato nel 1964;
migliorare i propri rapporti con le “Sette sorelle” che erano stati forti avversari di Mattei; lo stesso Mattei, poco prima di morire, aveva stipulato un accordo con la Esso per la fornitura di greggio, inaugurando così una fase di collaborazione e non di contrapposizione con i concorrenti.
Le stesse licenze produttive conquistate dall’ENI in Egitto e Iran non furono particolarmente fortunate, non garantendo produzioni di greggio particolarmente rilevanti. La strada scelta dall’ENI in questo decennio fu così quella di stringere contratti di fornitura di petrolio, senza assumersi l’onere della ricerca e dell’estrazione, che comunque continuò, spesso in consorzio con altre compagnie, in molti paesi del mondo. Nel maggio del 1969 un gruppo di tecnici dell’Agip in Nigeria fu attaccato dagli indipendentisti del Biafra; 10 di loro furono uccisi e gli altri rilasciati dopo lunghe trattative (vedi anche Eccidio di Biafra).

Le maggiori attenzioni dei vertici dell’ENI in questo periodo furono dedicate però alla chimica: i programmi di sviluppo dell’Anic (petrolchimico di Gela, stabilimenti di Ferrandina e Manfredonia) avvenivano in parallelo con quelli di Montecatini ed Edison. Si trattava di investimenti ingenti e rischiosi, che garantivano un ritorno solo nel lungo periodo, cui si aggiungeva il rischio di creare inutili duplicazioni di impianti tra azienda pubblica e azienda privata. Questo mise in tensione i concorrenti, che reagirono fondendosi nella Montedison nel 1966; poiché però anche da parte ENI si temevano i rischi di duplicazione di impianti, e i primi tentativi di accordo e coordinamento tra i due gruppi andarono a vuoto, nel 1968 l’ENI acquistò un pacchetto azionario che, per quanto modesto, ne fece il primo azionista di Montedison. La presa dell’ENI sulla Montedison fu sancita dalla sua entrata nel patto di sindacato che amministrava la società e poi, nel 1971, dal passaggio di Cefis dall’ente petrolifero alla presidenza dell’azienda chimica.

Gli anni settanta
All’ENI Cefis fu sostituito da Raffaele Girotti, che era stato uno dei suoi principali collaboratori; ben presto però i rapporti tra i due si guastarono e l’auspicato coordinamento degli investimenti tra ENI e Montedison non vi fu, nonostante i programmi redatti dal CIPE e l’istituzione di una Commissione Parlamentare di indagine sull’industria chimica. L’Eni cercò di avvantaggiarsi sulla concorrenza cercando di rafforzarsi nella chimica delle specialità e nella farmaceutica, acquisendo numerose piccole e medie imprese.

Lo scontro chimico si concluse con la crisi finanziaria dei gruppi chimici privati SIR e Liquichimica i cui impianti, sovradimensionati e sottoutilizzati, furono rilevati dall’ENI. L’ENI uscì completamente dalla Montedison nel 1980. La crisi petrolifera del 1973 provocò un forte aumento dei prezzi del petrolio greggio, che però non poteva essere scaricato sui prezzi dei prodotti derivati, a causa del blocco dei prezzi imposto dal governo: di conseguenza, i bilanci dell’ENI per le prime volte chiusero in perdita. Inoltre la crisi portò all’abbandono del mercato italiano da parte di alcune compagnie petrolifere straniere, e l’ENI dovette provvedere a rilevarne le raffinerie e la rete di distribuzione, così come avvenne per le attività minerario-metallurgiche dell’EGAM, che l’ENI dovette acquistare su indicazione del Parlamento.

Negli anni settanta quindi si accentuò il ruolo dell’ENI come strumento per il salvataggio di imprese in difficoltà con lo scopo principale di salvaguardare posti di lavoro in Italia; nonostante questo, le attività internazionali proseguirono e portarono, ad esempio alla costruzione nel 1974 dei gasdotti per l’importazione di metano dai Paesi Bassi e dall’URSS. Nel 1971 l’Agip fu l’unica compagnia a “salvarsi” dalla nazionalizzazione delle ricerche petrolifere in Libia, rimanendo per molti anni l’unica a operare in quel paese.

Gli anni ottanta
Politicamente, i vertici dell’ENI fino al 1979 furono vicini alla Democrazia Cristiana; ma a partire da fine anni Settanta fu rilevante l’influenza del Partito Socialista Italiano, che indicò alla presidenza Giorgio Mazzanti e alla direzione generale Leonardo Di Donna. Mazzanti si dimise dopo pochi mesi a causa di uno scandalo (caso Eni-Petromin) legato a una fornitura di petrolio dall’Arabia Saudita. Dal 1979 al 1983 si alternarono ai vertici dell’ENI ben tre presidenti e due commissari, che lasciarono l’azienda in seguito a dimissioni, mentre i risultati economici dell’ENI segnavano perdite record. Nel 1983 fu raggiunta una maggior stabilità, con la nomina alla presidenza di Franco Reviglio, che rimase in carica fino al 1989; sotto la sua presidenza furono ceduti il settore tessile (Lanerossi), fonte di molte perdite, e i risultati economici tornarono positivi. Successivamente viene portata a termine la privatizzazione di alcune società del gruppo, guidate dal manager Vito Gamberale[19], operanti nei settori dell’abbigliamento, metallurgico e minerario. La sistemazione del settore chimico rimase un punto irrisolto dell’ENI: a un primo accordo con la Montedison nel 1983, che suddivise tra i due gruppi le principali produzioni chimiche, seguì nel 1989 la costituzione di Enimont, che concentrava tutta la chimica di base italiana. Ma già nel novembre 1990 venne firmato l’accordo che assegnava all’ENI la totalità delle azioni Enimont, per un esborso di 2.800 miliardi di lire.

La privatizzazione
Con il decreto legge n. 333 dell’11 luglio 1992 deliberato dal Governo Amato I, l’Eni fu trasformato in una Società per azioni controllata dal Ministero del Tesoro, con Gabriele Cagliari presidente e Franco Bernabè amministratore delegato; questa trasformazione costituì il primo passo del previsto processo di privatizzazione. Dal 1993 il presidente Cagliari e altri dirigenti furono coinvolti nelle inchieste di Tangentopoli; lo stesso Bernabè denunciò all’interno delle società del gruppo l’esistenza di un sistema di “fondi neri” tramite il quale trasferire all’estero denaro destinato al finanziamento di partiti politici[20]. L’Eni subì un profondo processo di ristrutturazione: attività marginali e non strategiche furono cedute; la chimica, che tante risorse e tante energie aveva assorbito, vide di molto ridimensionata la sua importanza all’interno del gruppo, che avrebbe dovuto concentrarsi nelle attività strettamente legate al petrolio e al gas in vista della sua apertura agli azionisti privati. Il processo di ristrutturazione ridusse di molto il numero di dipendenti del gruppo rispetto ai massimi raggiunti negli anni ottanta.

Nel 1995 una prima quota del capitale di Eni fu collocata sul mercato e l’azienda fu quotata in borsa a Milano e a New York; ulteriori cessioni negli anni successivi hanno portato il Ministero del Tesoro a scendere fino al 30% circa del capitale. Il miglioramento della redditività ha portato l’Eni a garantire all’azionista pubblico buoni dividendi e ad avere le risorse per espandersi anche tramite acquisizioni all’estero (British Borneo 2000, Lasmo 2001, Burren e Dominion 2008).

Dal 1995 al 2001, lo Stato italiano ha venduto in cinque fasi una parte consistente del capitale azionario, conservandone una quota superiore al 30% (sommando le quote Ministero dell’Economia e delle Finanze e della Cassa Depositi e Prestiti), e detenendo comunque il controllo effettivo della società. In base alla legge 30 luglio 1994, n. 474, lo Stato, tramite il Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con il Ministro dello sviluppo economico, è titolare di una serie di poteri speciali (la cosiddetta golden share) da esercitare nel rispetto di criteri prestabiliti. Il controllo dello Stato italiano avviene così pur non disponendo più della maggioranza assoluta dei voti in assemblea

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