IL KENYA CI BLOCCA I PRODOTTI, UN COLPO AL MADE IN ITALY CHE METTE IN CRISI AZIENDE ITALIANE.

IL KENYA CI BLOCCA I PRODOTTI, UN COLPO AL MADE IN ITALY CHE METTE IN CRISI AZIENDE ITALIANE.

7 Gennaio 2019 0 Di IlVittogram

Il Kenya ci blocca prodotti?

Certo che lo fa, e proprio la pasta, che secondo loro “non rispetterebbe i loro parametri”, assurda questa vicenda che i media stanno snobbando.

Ma approfondiamo insieme,

Italia-Kenya, la guerra della pasta che mette in crisi gli importatori italiani.

Italia-Kenya, la guerra della pasta che mette in crisi gli importatori italiani

Bloccati nei porti kenioti, molti prodotti italiani rischiano di essere distrutti o rispediti in Italia: non rispetterebbero le nuove norme locali sui prodotti alimentari

La guerra della pasta. No, non è il titolo di un film, ma la nuova battaglia commerciale tra Italia e Kenya. A farne le spese? Proprio il prodotto simbolo del made in Italy che è al centro di un blocco economico tra Italia e Kenya. L’ufficio keniota per il controllo qualità (KEBS) ha fermato l’entrata di pasta, come gli spaghetti, perché contraria agli standard.

 

Secondo una fonte locale contattata da OPEN, alcuni importatori italiani di Nairobi rischiano di vedere nei prossimi giorni il loro container di pasta Divella tornare in Italia a loro spese, o la loro merce distrutta. La KEBS ha rilevato nei prodotti Divella una percentuale di proteine dell’8%, inferiore al livello minimo consentito che è del 10.5%. Secondo la SGS invece, agenzia italiana riconosciuta a livello mondiale per certificazioni sul controllo qualità, il livello sarebbe del 13%. “Tante società italiane si affidano alla SGS per fare controlli in Italia al fine di ottenere i certificati di conformità all’origine”, ci racconta Roberto Miano, imprenditore italiano che lavora da 30 anni in Kenya. “Una volta che arriva la merce vengono rifatte tutte le analisi, e a questo punto è inutile la spesa che si effettua in Italia per ottenere la certificazione, una perdita di tempo immane, e un grosso spreco di soldi”.

 

Gli imprenditori stanno inoltre pagando le tasse di sosta previste dal porto di Monbasa senza la certezza di poter consegnare la loro merce. L’impasse economico tra Italia e Kenya va avanti da mesi, da quando lo scorso ottobre, una nuova regolamentazione sull’importazione ha introdotto nuovi parametri per ogni singolo prodotto e diverse analisi per consentire l’accesso al mercato keniota.

 

Italia-Kenya, la guerra della pasta che mette in crisi gli importatori italiani foto 1
 ANSA |

A dicembre, dopo mesi di contrattazione, grazie all’opera di intermediazione dell’Ambasciata italiana – ci rivela la nostra fonte – il problema sembrava essere stato risolto: grazie a un incontro tra le nostre istituzioni e il vice ministro del Commercio keniota, Betty Maina. Era stato assicurato verbalmente sia dalla KEBS che dal vice ministro che qualora fosse stato fatto un controllo da parte della SGS, i prodotti italiani non sarebbero stati sottoposti a ulteriori ispezioni, ma solo a qualche controllo saltuario .

 

Oltre alla pasta, dichiara Miano, sarebbero finiti sotto lo stretto controllo delle autorità tutti i prodotti alimentari italiani: anche quelli che arrivano dall’Europa con certificazione Iso e di conseguenza esenti a ulteriori verifiche.

Italia-Kenya, la guerra della pasta che mette in crisi gli importatori italiani foto 2
 ANSA |

Oltre alla Divella, anche l’azienda italiana Ferrara è stata coinvolta nelle nuove restrizioni keniote, volte a colpire in particolare i prodotti contraffatti in arrivo dalla Cina e da tutta l’Asia. Il quotidiano economico locale “Business Daily” ha raccolto i reclami dell’azienda napoletana Ferrara che ha affermato che se questo blocco dovesse continuare si “minerebbero i rapporti tra i due Paesi, facendo passare l’Italia come un esportatore di prodotti alimentari di seconda qualità”.

 

Colpito in prima persona dalla vicenda, Miano ha intenzione di incontrare il prima possibile ministro del Commercio keniota, altrimenti, ci confessa: “Se la situazione non verrà sbloccata, chiuderò la mia azienda e licenzierò tutti”.

 

Articolo originale di open.online

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